Lettera da Roma: il libero scambio è elitario o populista?

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

è bello ritornare a Roma dopo aver viaggiato tanto nei mesi di dicembre e gennaio, anche se è triste vedere che la situazione della capitale italiana non sta migliorando. Quasi tutte le città che ho visitato in Europa e America del Nord sembrano essere in continua crescita; la sola eccezione è la mia città natale di Flint, nel Michigan, che solitamente non fa parte delle mete turistiche di importanza storica mondiale.

Lasciando da parte questo confronto così iniquo, quello che ho compreso dai miei viaggi e che l’economia globale resta piena di promesse per quelle comunità che possono e vogliono fare affari. Gli affari prosperano in aeroporti, negozi e ristoranti, e le persone sembrano generalmente ottimiste sul proprio futuro. Quando sono tornato a Roma, non ho potuto fare a meno di notare un senso di disordine, quasi di disperazione, per il futuro ancora più forte e diffuso rispetto a quando sono partito.

Sarà che ho avuto questa sensazione vedendo i manifesti dei candidati alle elezioni politiche del 4 marzo, sapendo che i loro progetti di riforma saranno molto probabilmente vani. Forse dipende anche dal fatto che il mio negozio di abbigliamento e la mia gelateria preferiti hanno chiuso. Tale sensazione potrebbe anche essere legata alle notizie deprimenti di un aumento (anche se il tutto viene posticipato di un anno) delle tasse, per non parlare dei ridicoli e generosi privilegi di cui i politici italiani continuano a godere. Se credete che sono troppo duro, vedete il blog romafaschifo.com.

Ho anche subito l’esperienza negativa del rinnovo del mio visto di lavoro italiano, c’è voluto molto più tempo del previsto ma alla fine l’ho ottenuto. È inutile dire quante persone hanno perso diverse ore di lavoro produttivo in queste procedure. In netto contrasto con gli altri paesi che ho visitato, lo Stato italiano sembra determinato a mandare via le persone piuttosto che invogliarle a vivere e lavorare qui. I migranti rischiano le loro vite pagando i trafficanti per trasportarli su un gommone attraverso il Mediterraneo ma poi finiscono a elemosinare per strada. Tutto ciò dovrebbe fargli ripensare alla saggezza della loro decisione.

Molte persone, anche nel Vaticano, attribuiscono i problemi dell’Italia al capitalismo globale. I produttori italiani non sono più in grado di competere con le merci più economiche provenienti dalla Cina. Si dice che la differenza a livello economico tra Europa e Africa incoraggi e addirittura costringa i poveri a migrare e che la responsabilità per le crisi fiscali della Grecia e dell’Italia debba essere attribuita alla moneta unica europea.

Anche se tutto questo fosse vero (cosa alquanto discutibile) bisogna chiederci perché alcuni paesi sono più capaci di adattarsi ai cambiamenti rispetto ad altri. Coloro che tanto criticano la disuguaglianza economica di solito danno per scontato che il problema sta in alcune forme di sfruttamento o emarginazione: “Il gioco è truccato” per favorire chi è già ricco e potente. Qualunque sia il danno che il capitalismo possa infliggere a una nazione è solo esacerbato dalla globalizzazione dell’attività economica, che apparentemente comporta una globalizzazione dell’indifferenza a scapito dei più vulnerabili.

Solitamente, i partiti di sinistra influenzati dal marxismo facevano questi discorsi anticapitalisti ma ora non è più così. La critica di Papa Francesco proviene dalla dottrina sociale della Chiesa, anche se dobbiamo dire che le valutazioni dei suoi successori più recenti erano più oggettive. Il nazionalismo economico è nato a destra ed è stato un grande, o forse addirittura predominante, elemento che ha permesso di arrivare alla Brexit e alla vittoria di Donald Trump nel 2016.

Ciò che unisce questi nemici della globalizzazione, che sono diversi da un punto di vista ideologico e non marxisti, è la loro sfiducia nelle élite che hanno diretto le istituzioni del capitalismo globale. Tale mancanza di fiducia sta alla base del fenomeno del populismo economico sia di sinistra sia di destra contro la classe dirigente centrista.

Le élite restano anche dopo l’ascesa del populismo. Non c’è modo per aggirare la realtà politica di pochi e di tutti, com’è stato descritto meglio e per la prima volta in La Politica di Aristotele. Consideriamo ad esempio i recenti messaggi di Papa Francesco e di Trump al Forum economico mondiale di Davos. Entrambi hanno colto l’occasione per influenzare piuttosto che criticare l’incontro annuale globale dei capitalisti. Il papa e il presidente concordano sul fatto che la persona viene prima del profitto, le preoccupazioni (e il suo compito) esposte da Francesco erano solo più universali di quelle di Trump. Non hanno comunque negato le possibilità offerte dal libero scambio e dalla crescita economica per aiutare la classe operaia e i poveri.

È anche probabile che le élite abbiano fiutato il momento positivo per il populismo e stiano cercando di appropriarsene sfruttarlo al meglio. È possibile una convergenza tra le élite e i populisti? John O’Sullivan risponderebbe sì. In un articolo per la Hungarian Review, ricorda quanto sono stati saggi I politici come l’ex primo ministro australiano John Howard a far avanzare un’unione tra populismo di destra e di sinistra contro la classe politica centrista con buoni risultati. O’Sullivan cita anche il “fanatismo di del centro” di Pierre Manent attuato ai danni della politica di classe e nazionale. Se i nostri problemi sono soprattutto politici o culturali (come continuano a sostenere Charles Murray e Jennifer Roback Morse) piuttosto che economici, attaccare il capitalismo è una soluzione ingannevole e controproducente.

Come ho scritto nelle lettere precedenti, ci troviamo nel bel mezzo di un riallineamento politico-culturale in cui il capitalismo non può più essere dato per scontato, ma resta una cosa necessaria per il benessere materiale delle persone del mondo intero. Nessuno sa che piega prenderà, ma sembra più probabile che l’economia globale si stia adattando al diffuso spirito dei tempi. Almeno per chi non vive in Italia.
 


Kishore Jayabalan
Direttore