Lettera da Roma: l’indignante passione della sinistra per l’uguaglianza

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

La Marcia delle donne a Washington, D.C. e in altre città del mondo (inclusa Roma) è ancora un altro elemento di prova che dimostra l’indole dogmatica della politica di sinistra. Questi attivisti pensano che la diversità e la tolleranza siano fatte solamente per chi desidera spingere la società verso il “progressismo”, cosa che comporta maggiore uguaglianza e inclusione. Come ha osservato spesso l’ex presidente Barack Obama, parafrasando Martin Luther King, Jr., “l’arco della storia pende verso la giustizia” – questo pone gli avversari politici dalla “parte sbagliata della storia”.

Il problema per la sinistra è che in tal modo si rendono incapaci di spiegare a se stessi e a chiunque non creda in loro che cosa è accaduto e perché. In questo caso, l’indignazione per l’elezione di Donald Trump non ha permesso ai suoi seguaci di vedere le ragioni di tale vittoria. Così, per la perdita di Hillary Clinton, hanno incolpato il bigottismo, l’FBI, i russi, la circolazione di notizie false, il collegio elettorale, qualsiasi cosa pur di non dover pensare alle cause reali.

Assistiamo raramente a manifestazioni di massa e dimostrazioni pubbliche di esaurimenti nervosi, quando la destra perde le elezioni. I conservatori sono certamente delusi, a volte giù di morale, ma possono capire perché l’altro schieramento di tanto in tanto e forse anche meritatamente vince. La loro vita va avanti, vivono per combattere in un altro momento, ciò significa che se sono politicamente astuti, si preparano per le prossime elezioni.

La sinistra è più “politica” nel senso che ogni cosa nella loro vita ruota attorno alla politica. In fin dei conti, cercano di trattare ogni questione riguardante la giustizia servendosi del potere dello Stato. La sinistra, però, è anche meno “politica” perché si rifiuta di impegnarsi in discussioni razionali sulla giustizia e sul motivo per cui lo Stato è l’unico mezzo legittimo per promuoverla. Esponenti della sinistra tendono a presumere che qualsiasi persona che non aderisce alla loro politica sia semplicemente prevenuta e che non voglia partecipare a discorsi razionali. Concludono che quelli che non sono dalla loro parte saranno  superati dal “progresso”. Quindi sono comprensibilmente scioccati quando perdono le elezioni, che in fin dei conti si basano sulla persuasione e la scelta.

Eppure, se la “Storia” è una forza che scorre irresistibile e ineluttabilmente, come sostiene la sinistra, perché si sente tale indignazione per un contrattempo di tanto in tanto? Forse non c’è tutta questa fede o fiducia alla base delle loro rivendicazioni politiche, particolarmente riguardo l’assoluta uguaglianza di tutti gli esseri umani. Tali dubbi sono effettivamente giustificati, perché una società perfettamente egualitaria non è mai esistita – e se ci preoccupiamo per la libertà e gli altri beni umani, non dovrebbe esistere.

Come accade per i tanti aspetti della democrazia liberale, Alexis de Tocqueville ha capito la natura complessa di questa passione quasi religiosa per l’uguaglianza. All’inizio della parte seconda del secondo libro di Democrazia in America, Tocqueville ha scritto che la libertà e l’uguaglianza possono coesistere in teoria e che le nazioni democratiche tendono a questo “stato ideale”. Ma in realtà i popoli democratici si preoccupano più dell’uguaglianza che della libertà:

"I vantaggi dell’eguaglianza si fanno sentire immediatamente e si vedono ogni giorno discendere dalla loro fonte. La libertà politica dà di tanto in tanto piaceri sublimi a un certo numero di cittadini. L’eguaglianza offre ogni momento una quantità di piccole soddisfazioni a ogni uomo. Le sue attrattive si fanno sentire continuamente e sono alla portata di tutti: i cuori più nobili non sono insensibili ad esse e le anime più volgari ne fanno la loro delizia. La passione dell’eguaglianza deve, dunque, essere insieme energica e generale".
 
"Gli uomini possono godere della libertà politica solo a prezzo di qualche sacrificio e se ne impadroniscono solo con molti sforzi. Invece i piaceri dell’eguaglianza si offrono da se stessi. Ogni piccolo incidente della vita privata sembra farli nascere e per gustarti basta soltanto vivere". […]

"Io penso che i popoli democratici provino per la libertà un gusto naturale: abbandonati a se stessi, la cercano, l’amano e se ne distaccano con dolore. Ma essi hanno per l’eguaglianza una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile: vogliono l’eguaglianza nella libertà e, se non possono ottenerla, la vogliono anche nella schiavitù. Essi sopporteranno la povertà, l’asservimento, le barbarie, ma non sopporteranno mai l’aristocrazia".

"Ciò è vero in tutti i tempi, ma soprattutto nel nostro. Tutti gli uomini e tutti i poteri che vorranno lottare contro questa forza irresistibile, saranno da essa rovesciati e distrutti. Ai nostri giorni la libertà non può stabilirsi senza il suo appoggio e anche il dispotismo non potrebbe regnare senza di essa".

La tendenza di questa passione, Tocqueville ha scritto nel 1840, è stata quella di accentrare il potere e, infine, di opprimere “i grandi”, ovvero coloro che rifiutavano di conformarsi alle opinioni comuni. Invece di migliorare la situazione dei poveri o della gente comune, le nazioni democratiche tenderanno a far soccombere le persone ricche e eccezionali, in nome del popolo. Questo formerà le basi dello Stato progressista e anticapitalista del XXI secolo.

Non c’è quindi da sorprenderci se la promessa di Trump di fare l’America di nuovo grande ha irritato molto la sinistra. Ha convinto con successo la classe operaia e la borghesia di Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin che sosteneva i loro interessi meglio dei democratici che sono diventati un partito che conosce poco la loro realtà, interessato a questioni esclusivamente elitarie o a problemi inerenti al “politicamente corretto”. Trump fa una principale distinzione tra gli americani e gli altri, cosa che la sinistra non è più in grado di fare a causa della sua fedeltà al multiculturalismo in nome dell’uguaglianza internazionale. Trump ha trasformato una ristretta ma più fortemente sentita nozione di uguaglianza in un problema vincente per la destra.

Si può utilizzare Tocqueville come un’utile guida per analizzare le proteste contro Trump, che hanno una partecipazione altamente femminile . Tocqueville critica gli europei che hanno cercato di “fare dell’uomo e della donna esseri non solo eguali, ma simili” in tutto e per tutto, che si traduce in “uomini deboli e donne disoneste”, lodando gli americani che hanno “applicato ai due sessi il grande principio di economia politica che oggi domina l’industria: hanno accuratamente diviso le funzioni dell’uomo e della donna, affinché il lavoro sociale fosse condotto meglio”. Se notiamo che le femministe americane, a tale proposito, sono diventate più simili a quelle europee (se non le hanno addirittura superate), possiamo capire perché sono minacciate dal nuovo regime. Anche se Trump non sta per niente promettendo alle donne che le farà ritornare tutte a casa, è sufficiente che lui si presenti come un uomo forte che ha poca considerazione per gli ideali del femminismo, soprattutto quando si tratta dell’aborto.

È molto improbabile che Trump e i suoi consiglieri abbiano cercato in Tocqueville la diagnosi di ciò che affligge l’America. Possono benissimo sbagliarsi a proposito della loro forte passione per l’uguaglianza, senza comprendere appieno ciò che stanno affrontando. Ma almeno comprendono che qualcosa di sostanziale deve cambiare per il bene comune della nazione. Data la forza delle tendenze che Trump sta affrontando, potrebbe aver bisogno di molto più della saggezza e della prudenza di Tocqueville, se deve trionfare la ragione.
Kishore Jayabalan
Direttore