Lettera da Roma: perché la Dottrina Sociale della Chiesa cade nel vuoto

Kishore Jayabalan

Cari amici dell’Istituto Acton,

vi auguro un felice anno nuovo! Ho passato il mese di dicembre viaggiando tra Washington DC per una conferenza dell’Acton su senso civico e virtù pubblica, le Hawaii dove ho tenuto un corso di politiche pubbliche durato una settimana per i giovani missionari evangelici, per arrivare, infine, nel gelido Michigan per passare le feste. Sono tre luoghi molto diversi, a dir poco, ma tutti nei confini di una sola nazione.

Una volta superato lo shock subito dal mio fisico a causa dei diversi climi, questi viaggi mi hanno fatto riflettere su ciò che unisce quegli Stati dell’America e più in generale su ciò che unisce e divide i popoli moderni su religione e politica, una variazione del “problema teologico-politico” che la modernità tenta di risolvere. Questo può sembrare ampolloso ma è tutt’altro che un concetto astratto. Per dirla in modo troppo semplice: ci affidiamo principalmente alla ragione umana o alla rivelazione divina per metterci d’accordo? Oserei dire che questa è la grande domanda che si cela dietro molte delle pressanti questioni sociali che stiamo affrontando all’inizio del 2018.

Prendo come punto di partenza il più recente messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della 51.ma Giornata Mondiale della Pace su migranti e rifugiati. (Partecipavo regolarmente alla stesura dei messaggi per la Giornata Mondiale della Pace quando ero al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace dal 1999 al 2004, quindi mantengo un certo interesse professionale per questi discorsi). Citando il suo predecessore Benedetto XVI, Francesco scrive che “la sapienza della fede” ci fa riconoscere che “tutti facciamo parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione” (n.3).

I cristiani credono in un Dio che è il Padre e il Creatore di tutti; siamo fratelli e sorelle perché abbiamo un Padre comune. L’enciclica del 1950 Humani generis di Papa Pio XII ha ribadito l’insegnamento della Chiesa secondo cui tutti gli esseri umani hanno una comune parentela in Adamo ed Eva, da cui abbiamo ereditato il peccato originale. La fiducia di Pio XII in questi dogmi è da togliere il fiato ma è giustificata dal fatto che gran parte dell’insegnamento morale e sociale cristiano dipende da questi.

Tali insegnamenti sono anche il motivo per cui la Chiesa parla di particolari questioni politiche e sociali in termini universali. Tuttavia, le indicazioni sono spesso contestate e portano a divisioni, persino a ribellioni contro l’autorità universale della Chiesa, come ben sapeva Pio XII e molti dei suoi predecessori. I particolari interessi, opinioni e passioni di alcuni possono scontrarsi e spesso lo fanno con quelli degli altri. Tuttavia, la Chiesa non sarebbe veramente cattolica se si parlasse per fare gli interessi di qualcuno a scapito di altri.

La Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) si riferisce continuamente al bene comune come l’obiettivo di ogni azione e politica sociale. C’è il bene comune di ogni famiglia, quello della comunità locale, della nazione e persino di tutta l’umanità, anche se ognuno di questi gruppi può avere visioni diverse se non addirittura in contrasto tra loro. La Chiesa ci esorta ad armonizzarle tutte, bilanciando i principi di sussidiarietà e solidarietà, proprietà privata e destinazione universale dei beni in una maniera che rispetti sia l’individuo sia la comunità. Per questo Papa Francesco, nel caso di migranti e rifugiati, insiste su “accogliere, promuovere, proteggere e integrare”, nonostante tutte le sfide che ne derivano.

Che dire, però, di quelle preoccupazioni particolari che guidano la politica? Due volte nel messaggio della Giornata Mondiale della Pace, Francesco cita la Pacem in terris del Papa Giovanni XXIII sui “limiti” consentiti dal bene comune. Questo implica che il bene comune possa effettivamente richiedere alcuni tipi di comunità e nazioni (quelle più piccole, ad esempio) per limitare piuttosto che espandere l’immigrazione? Proprio come non ci si può aspettare che una singola famiglia accolga ogni straniero che arriva in città, nessuna nazione può avere una generosità “illimitata” verso migranti e rifugiati. La coesione sociale in termini di cultura, credenza e tradizione è particolarmente sfidata dal multiculturalismo e dal suo sottostante relativismo culturale che sostiene che tutte le culture sono intrinsecamente uguali nello status morale.

Mentre la DSC parla esplicitamente di accogliere tutti, riconosce implicitamente che il multiculturalismo illimitato non è possibile. Gli oneri e i costi dell’accoglienza dei nuovi arrivati ​​sono reali e devono essere condivisi per essere accettabili. Che cosa succede quando alcuni si rifiutano di farlo? Quanti sacrifici può aspettarsi la Chiesa da chi ha risorse e capacità limitate? Durante uno dei miei recenti viaggi in aereo, un signore del Togo mi ha raccontato  che molti dei suoi amici e parenti hanno messo in pericolo le loro vite per pagare i trafficanti che li hanno portati in Libia e poi in Italia, senza alcuna certezza di poter trovare lavoro o casa in Europa. Una politica umanitaria “a porte aperte” potrebbe incoraggiare le persone a correre rischi che altrimenti non correrebbero.

Mentre i papi e i vescovi predicano sui doveri verso i poveri e i bisognosi, il dilemma di come aiutare di solito è lasciato ai laici affinché se ne occupino da soli. Probabilmente è stato il motivo per cui il compianto giudice della Corte Suprema Antonin Scalia una volta rifiutò la “cosiddetta giustizia sociale” in mia presenza e perché ha basato la sua giurisprudenza sulla Costituzione piuttosto che sui principi della DSC o della legge naturale. Accettare la validità dei principi è una cosa, applicarli correttamente a situazioni particolari come fa un politico o un giudice è un’altra.

Ai sostenitori della DSC piace dichiarare che nessun partito o programma politico rispetta tutti i suoi elevati standard. Se essa fosse considerata come un modello o un ideale cui tutti aspirassero, servirebbe uno scopo benefico. Tuttavia, come spesso accade, la DSC è più soventemente usata per far notare la pagliuzza nell’occhio dell’altro mentre s’ignora la trave nel proprio. L’ipocrisia può essere inevitabile nella vita pubblica, ma è peggiore quando è celata sotto le mentite spoglie della falsa devozione.

Quindi chi governa davvero: Dio o l’uomo? La soluzione moderna al “problema teologico-politico” consiste generalmente nel cercare di separare Chiesa e Stato, in alcuni casi privatizzando sostanzialmente e individualizzando la religione. Un’interpretazione più rispettosa delle religioni mantiene una distinzione tra sfera spirituale e temporale piuttosto che una rigorosa separazione. Anche in questo caso, però, la linea di demarcazione è sfocata e difficile da determinare in casi particolari. L’aborto è solo un ovvio esempio del perché la Chiesa non può rimanere indifferente alle leggi di una società volte ad educare tanto quanto sanzionare.

La DSC cerca di ripristinare un senso di equilibrio e integrità in modo che la Chiesa possa esprimersi pubblicamente senza intervenire direttamente nella politica. Si basa anche su un’eredità di credenze e usi cristiani che non possono più essere dati per scontati e che ora sono sotto attacco in gran parte dell’Occidente, senza nessuna soluzione politica all’orizzonte. La Chiesa primitiva fu perseguitata ma crebbe attraverso gli esempi dei santi e dei martiri, molti dei quali non proponevano di cambiare la società, ma che alla fine lo fecero tramite la loro santità. Forse il successo politico è simile alla pace e alla gioia, un sottoprodotto della ricerca prima di tutto del Regno di Dio e della Sua giustizia piuttosto che qualcosa da cercare per se stessi.
Kishore Jayabalan
Direttore