La rivoluzione bolscevica influenza ancora l’Italia dopo 100 anni

Stefano Magni

7 novembre 2017: esattamente 100 anni dopo la rivoluzione bolscevica, migliaia di comunisti hanno marciato nel centro di Mosca sotto la famigerata insegna rossa, portando ritratti di Lenin e Stalin, celebrando “l’evento più importante per l’umanità”. Tra loro c’erano dozzine di militanti italiani, delegazioni di tre piccoli partiti comunisti: il nuovo Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, Rifondazione Comunista guidato da Maurizio Acerbo e ben ottanta delegati del rinnovato Partito Comunista Italiano guidato da Mauro Alboresi. Quattro giorni dopo, Rizzo ha organizzato una celebrazione pubblica a Roma, che partiva dal Colosseo.

Molti eventi in Italia, da nord a sud, hanno segnato questo Giubileo Rivoluzionario. A Lecce convegni, mostre e spettacoli organizzati dall’ARCI (l’organizzazione culturale giovanile post comunista) hanno coinvolto ospiti importanti come l’ex premier Massimo D’Alema. Dall’alta parte dell’Italia, a Varese, il centro culturale comunista locale ha ospitato lo spettacolo “Varese celebra la Rivoluzione d’Ottobre”, con poesie, mostre d’arte e musica.

Oggi, quasi un secolo dopo la fondazione del Partito Comunista Italiano (PCI) di Antonio Gramsci nel 1921, pochi comunisti italiani vogliono definirsi con questo nome. I loro partiti sono rappresentati poco o per niente nelle istituzioni locali e nazionali. Però, il comunismo è la più grande negazione dell’evidenza della politica italiana ed ha ancora oggi la sua notevole influenza.

La causa non è solo profondamente radicata nella storia italiana – ad esempio, i partigiani comunisti hanno contribuito a vincere la Seconda guerra mondiale combattendo contro i nazisti. La causa è anche culturale. Gli insegnanti di storia usano libri scritti da Rosario Villari, un intellettuale marxista recentemente scomparso, e dai suoi compagni. Poeti e grandi scrittori della nostra letteratura moderna come Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, solo per citarne due fra i più celebri, erano marxisti o influenzati dal marxismo. I registi più importanti del cinema, Rossellini, Visconti, Antonioni, Bertolucci, erano tutti i marxisti o filo marxisti con idee di estrema sinistra. La visione del mondo marxista ha comunque condizionato, più di ogni altra, la loro opera. Di conseguenza, ogni italiano colto è ancora influenzato dal marxismo.

La causa è anche politica, in quanto il Partito Comunista Italiano ha avuto un ruolo significativo nella governance nazionale – e i suoi ex membri sono ancora ai posti di comando. Il PCI ha ricevuto una media del 30% di voti dal 1946 al 1989. Non è sparito nemmeno dopo il 1989, quando il PCI ha cambiato il suo nome in Partito Democratico della Sinistra. Più della metà dei leader del nostro partito di maggioranza, il Partito Democratico, erano comunisti solo fino a ventisette anni fa. L’ex presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano è stato un importante leader del PCI e nel 1956 ha elogiato l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel nostro governo attuale quasi tutti i ministri principali sono ex comunisti: Anna Finocchiaro (ministro per i rapporti con il Parlamento), Marco Minniti (ministro dell’interno), Andrea Orlando (ministro della giustizia), Roberta Pinotti (ministro della difesa), Giuliano Poletti (ministro del lavoro), Valeria Fedeli (ministro dell’istruzione, sindacalista). Il premier, Paolo Gentiloni, è un ex militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo, un’organizzazione di estrema sinistra degli anni ‘70 ispirata da Mao Zedong. Il fondatore del Partito Democratico, Walter Veltroni, ha dichiarato “Non sono mai stato un comunista” – ma era il capo della FGCI, la Federazione Giovanile Comunista Italiana, prima che di diventare un membro del Parlamento nel PCI.

Una storia di terrore
Il PCI non era paragonabile a nessun partito socialista o laburista in Europa ed è stato sempre fedele alla linea dell’URSS. Quest’ultima ha continuato a formare personale selezionato del PCI sul proprio territorio e a finanziare il Partito italiano, anche dopo la “rottura” con il segretario Enrico Berlinguer. (si legga, a questo proposito, Oro da Mosca di Valerio Riva). Tra il 1945 e il 1947, i territori governati da partigiani comunisti erano gestiti come l’Unione Sovietica, inclusa la pratica delle spedizioni punitive e il Terrore rosso. Le stime indicano che migliaia di persone sono state giustiziate, sebbene non sia ancora possibile avere dei rapporti dettagliati. Sappiamo solo di casi individuali isolati delle loro vittime – come quello di Rolando Rivi, un seminarista di quattordici anni rapito, torturato e ucciso dai comunisti perché rifiutava di rinnegare la sua fede. È stato beatificato nel 2013. È noto anche il caso di Giuseppina Ghersi, una ragazza di tredici anni assassinata dai partigiani.

II marxismo ha creato il fenomeno delle “fake news” in Italia
Dopo le elezioni del 1948, il primo governo democraticamente eletto ha escluso il PCI, che a questo punto è passato alla lotta politica, all’opposizione, con metodi democratici. Ma alla fine degli anni ‘60, la tattica rivoluzionaria è ricominciata con le Brigate rosse, che hanno ucciso e ferito i “nemici di classe”, dissidenti interni, funzionari governativi, nemici politici, giornalisti e intellettuali. Gli anni dalla nascita e diffusione delle Brigate rosse, fino al 1982, sono conosciuti come “Anni di piombo”. Il PCI non ha mai appoggiato le Brigate rosse, ma non le ha nemmeno mai combattute in modo risolutivo, almeno fino al rapimento e all’omicidio del premier cristiano-democratico Aldo Moro.

Questa parte della storia moderna italiana è ancora un tabù. Nella cultura popolare, la “desinformacija” sovietica e comunista fa ancora parte di molte teorie cospirative sulla storia e la politica. È ancora opinione diffusa che gli americani abbiano coordinato le Brigate rosse per screditare il PCI e che Moro sia stato assassinato da una cospirazione della CIA. Tutte queste teorie sono state inventate dal KGB, come dimostra chiaramente il dossier Mitrokhin, ma fanno ancora parte della cultura politica italiana.

Il partito comunista: una chiesa alternativa
L’eredità comunista resta particolarmente forte, perché il PCI ha creato una chiesa alternativa alla Chiesa cattolica. I ragazzi partecipavano all’attività politica nelle File Gioventù Comunista, la FGCI, sotto la guida del Partito o dell’ARCI più indipendente (che organizza anche attività per adulti). La “vita parrocchiale” si è svolta nelle sezioni di partito, dove conferenze e “dibattiti” spiegavano l’attualità in una prospettiva comunista. Il PCI “possedeva” ufficiosamente il terzo canale della TV pubblica, possedeva il proprio giornale (L’Unità) e influenzava molti altri media “indipendenti”. Anche la “chiesa” comunista aveva il suo seminario: la scuola politica delle “Frattocchie”. I militanti comunisti più devoti si rifiutavano persino di bere la coca cola, o di guardare film o programmi televisivi americani, persino i cartoni animati giudicati controrivoluzionari. Il ligio militante comunista ha costruito la propria cultura sui film e letteratura sovietica, mezzi d’informazione e attività ricreative comuniste. Era un mondo a parte che per alcuni esiste ancora.

Sabotare la giustizia
Una grande eredità del comunismo è il populismo giudiziario (“giustizialismo”), che è ben radicato nei media, nella politica di sinistra e in almeno una parte della magistratura. Secondo quei populisti, un imputato non è colpevole perché le prove lo dimostrano, è colpevole perché appartiene a una classe sociale colpevole a prescindere. Il furto è illegale, ma le sanzioni penali comminate ai ladri, anche nei casi più gravi sono incredibilmente blande rispetto a quelle previste per altri crimini. La legittima difesa, d’altra parte, è fortemente regolamentata e il padrone di casa che cerca di difendere la sua vita e la sua proprietà privata è spesso accusato di omicidio.

L’autonomia personale e della famiglia: il nemico maggiore
Un’altra eredità del comunismo è la continua lotta contro la Chiesa, i valori tradizionali e la famiglia. L’anticlericalismo, anche se oggi è più debole, rimane trincerato in profondità nella cultura italiana. In origine, il PCI combatteva strenuamente contro i diritti sessuali – il segretario del partito Palmiro Togliatti era contrario alla legalizzazione del divorzio, e il partito aveva espulso il poeta Pier Paolo Pasolini a causa della sua omosessualità – ma dagli anni ‘80 i comunisti e i loro eredi hanno sostenuto questi “nuovi diritti” per proseguire la guerra contro i valori familiari e “borghesi”.

La lotta contro la famiglia infuria più ferocemente nell’opposizione politica a qualsiasi forma di educazione gratuita (cioè non statale) e all’imposizione di tasse alte sulle famiglie. L’eccessiva tassazione sulle case di proprietà è un altro aspetto di questa battaglia post-comunista. La principale caratteristica dei governi di sinistra, sia a livello locale che nazionale, è sempre l’imposizione di nuove tasse sulla casa a livello locale e di aliquote fiscali patrimoniali sempre più alte a livello nazionale.

Con questi metodi e altri ancora, la rivoluzione comunista è ancora un passato che non passa in Italia.

Note: L’articolo originale The Bolshevik Revolution still influences Italy 100 years later è stato pubblicato sul nostro sito il 19 dicembre 2017. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.