Legittimare l’umano. A colloquio con Rémi Brague

Solène Tadié

«Ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano». Con questo monito il professor Rémi Brague, filosofo francese vincitore del premio Ratzinger 2012, ha sintetizzato quello che ritiene essere all’origine della sconfitta del progetto moderno. Interveniva a una conferenza — promossa dall’Istituto Acton per lo studio della religione e della libertà insieme alla Saint Mary’s University of London e il Benedict XVI Center for religion and society — tenutasi il 1° dicembre a Londra sul tema «La crisi della libertà in Occidente». Attingendo dalla sue numerose pubblicazioni tra cui il recente volume Le règne de l’homme. Genèse et échec du projet moderne («Il regno dell’uomo. Genesi e fallimento del progetto moderno», Paris, Gallimard, 2015, pagine 416, euro 25), Brague si è soffermato sui fondamenta dell’umanesimo che prefigurano un cambiamento radicale nella percezione che l’uomo ha di se stesso e del suo relazionarsi con la natura e il cosmo. Una constatazione sviluppata dal filosofo in quest’intervista concessa al nostro giornale a margine della conferenza. 

La sua opera chiama in causa il concetto stesso di valore, che appare abusato in un momento in cui quasi tutti invocano i valori per difendere tutto e il contrario di tutto. Sarebbe un’espressione di quello che G.K. Chesterton chiamava le «virtù cristiane divenute folli»?

Il concetto di valore è il mio nemico preferito. Ciò che oggi si esprime in termini di valori un tempo si esprimeva nelle due fonti della civiltà occidentale, ossia la fonte pagana e la fonte cristiana, ma con un altro vocabolario. I pagani parlano di virtù, mentre gli ebrei e i cristiani parlano di comandamenti. Ma il contenuto è esattamente lo stesso. Si potrebbe riscrivere il Decalogo nel registro delle virtù. «Non uccidere» diventerebbe così la virtù della giustizia. «Non commettere adulterio» sarebbe la virtù della temperanza. E, viceversa, si potrebbe anche riscrivere l’Etica Nicomachea di Aristotele trasponendola in un contesto ebreo o cristiano. D’altronde è ciò che si è fatto storicamente. I grandi moralisti cristiani dell’epoca patristica e del Medioevo hanno ripreso senza esitazioni concetti morali presenti in Cicerone o in Seneca, e ricopiato interi brani. Penso ad esempio al trattato di Ruggero Bacone, il moralista francescano della fine del XIII secolo, che è pieno di passi di Seneca ritrascritti parola per parola. Da queste virtù e comandamenti siamo poi passati a parlare di valori. Quando si parla di valore, si presuppone che ci sia stata una valutazione. Ciò implica che in un dato momento, un’istanza — non si sa precisamente quale — ha deciso di dare valore a qualcosa, di dire che quella cosa costerà tanto, il che è in parte un concetto di origine economica. Si tratta di quel che si dà per ottenere qualcosa. Il concetto di valore ha il grosso inconveniente di presumere che la realtà di per sé non vale nulla e che siamo noi ad attribuirle un valore. Guardate in campo economico il modo in cui John Locke spiega che il valore delle cose, dei prodotti, deriva dal lavoro umano. Ciò che la natura ci dà non ha quasi alcun valore. È il lavoro umano a dargli un valore. 

E oggi, cosa definisce un valore?

Questo concetto ha raggiunto il suo apogeo in Nietzsche, che ha saputo introdurre i valori sul mercato delle idee, il che li ha resi nobili, e di cercare di determinare qual era l’istanza che conferisce il valore. Ha allora creduto di fare una scoperta molto interessante, cioè che ad attribuire valore sarebbe la volontà di potenza. È la volontà di potenza a dare valore alle cose. Devo avere quella cosa perché così affermo e aumento il campo di azione e la profondità d’influenza della mia stessa volontà di potenza. L’inconveniente è che, da questo punto di vista, i valori entrano in una dialettica che li distrugge, poiché se ciò che ha valore è ciò a cui io ho dato valore, l’attività mediante la quale valorizzo una cosa avrà più peso del valore stesso. «Il fatto di valutare è, di tutte le cose che si valutano, il valore supremo» dice Nietzsche in Così parlò Zaratustra. Ciò significa che con il gesto stesso di attribuire valore a qualcosa, io la svaluto perché l’attività della volontà di potenza in me che fissa il valore, vale più del valore stesso. Di conseguenza, il concetto di valore è trascinato, per sua costituzione, nell’autodistruzione. Ciò genera una sorta di corsa verso un valore sempre più grande poiché, dal momento in cui se ne fissa uno, si osserva che dopotutto non è granché e che ne occorre uno nuovo. È strano che questo concetto sia entrato nel discorso cristiano. Nel mondo politico oggi si parla di «nostri valori» — senza sapere realmente di cosa si tratta — e io credo che sarebbe meglio cambiare logica e smettere di parlare di valori, per riparlare di virtù o di comandamenti, o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. A mio avviso, i valori si possono dunque eliminare.

Lei situa verso la fine del Rinascimento un capovolgimento nell’idea che l’uomo ha di se stesso, rispetto al cosmo e a Dio, e nella concezione della propria dignità. Come avviene questo cambiamento di paradigma?

Il vero cambiamento ha luogo all’inizio del XVII secolo. È la terza tappa dello sviluppo dell’idea umanistica di cui ho parlato nella conferenza. Suppongo che esista un passaggio da una dignità e da una nobiltà tranquillamente possedute a una superiorità che si deve conquistare, sottomettendo tutto il resto, conseguenza di un’evoluzione a carattere psicologico. Paragono questo fenomeno a un’immagine, ossia al personaggio che ha bisogno di mostrare di valere più degli altri: è il parvenu, il “nuovo ricco”. Pensate per esempio a Lord Grantham nella serie Downton Abbey: è l’uomo più modesto che ci sia, perché per lui la sua nobiltà è un dato fatto. Il parvenu al contrario non ha nobiltà. Lo dimostra l’origine della parola snob, sine nobilitate. Chi non ha nobiltà deve «snobbare» gli altri per dimostrare il proprio valore. Si ha la sensazione che il desiderio dell’uomo moderno — cioè l’uomo a partire dal XVII secolo — di conquistare il resto della natura potrebbe essere effettivamente dovuto a una perdita di consapevolezza della propria dignità. È interessante osservare la tradizione dei trattati come De nobilitate: nascono a metà del XVsecolo e attraversano tutto il XVI secolo, e s’interrompono quando vengono sostituiti dal progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è roso dal dubbio su se stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura, e quindi rimedia a ciò cercando di dominarli. Noi siamo ancora fermi a questo tipo di figura, sebbene il movimento ecologico abbia leggermente attenuato questa tendenza. Tale movimento ha cercato di sviluppare una consapevolezza del debito che abbiamo verso la natura, ma gli manca il fondamento metafisico secondo il quale la natura è una creazione. Ebbene, se la natura non è creazione non si capisce perché si dovrebbe provare per essa una sorta di rispetto. Ma se la si concepisce come una creazione all’interno della quale l’uomo avrebbe un compito, soprattutto quello di organizzarla, ripulirla, occuparsene come ci si occuperebbe di un giardino, le cose cambiano. In caso contrario, si oscilla tra un atteggiamento di dominazione brutale e violenta della natura e una sorta di idolatria della stessa, che potrebbe arrivare al punto di desiderare l’estinzione della specie umana affinché la natura possa essere restituita a se stessa. 

Ciò segnerebbe l’emergere di un nuovo paradigma che deriverebbe dal fallimento del progetto moderno o sarebbe al contrario l'espressione di una sorta di canto del cigno di quello stesso progetto?

Il progetto moderno ha dalla sua grandi successi. Abbiamo un debito di riconoscenza verso di esso; penso in particolare al progetto della medicina o dell’agricoltura, che permettono di nutrire un gran numero di persone che in passato non sarebbero nemmeno potute nascere. Ha anche dato la possibilità di una scienza della natura seria, molto più focalizzata delle rappresentazioni che di essa si facevano nell’Antichità. Persino Aristotele, che è un po’ il non plus ultra della fisica antica, non è più granché se accostato a Galileo. Non so se si sta delineando un nuovo paradigma, ma direi che si deve delineare. 

Che cosa auspica in tal senso?

Se non si riesce a legittimare l’umano, ad apportare valide ragioni alla sua sussistenza, non avremo più motivo di continuare a esistere. La sola opzione possibile in tal senso sarebbe di organizzare la coesistenza delle persone che sono già qui, ma proibendo a noi stessi di appellarci all’esistenza delle generazioni future, alle quali non si può chiedere il parere. Non si potrebbe in alcun caso affidare il proseguo del progetto umano all’istinto, come fanno alcuni, perché siamo ormai in grado di decidere se ci saranno o meno generazioni future. L’istinto funzionava, nel senso che era per la specie umana un modo per far capire che voleva sopravvivere. Così, se è come si dice, cioè che è l’evoluzione che ha prodotto tutto ciò (il che è d’altronde un modo inappropriato di parlare, non si dice infatti che è stata la storia a produrre Napoleone), si deduce che l’interferenza di forze cieche abbia prodotto un essere intelligente. Ma proprio questo essere intelligente non ha il diritto di continuare a fare consapevolmente e liberamente ciò che ha prodotto in modo inconsapevole e senza libertà. Sarebbe veramente alto tradimento rispetto alla nostra ragione... 
La cosa difficile sarebbe, se posso dirlo, dare una versione concreta alla definizione più classica dell’uomo: un animale razionale. Si tratta di conservare le due dimensioni senza che la razionalità giochi contro l’animalità. Credo che il nostro compito attuale consista proprio nel riconciliare queste due dimensioni, che hanno un po’ la tendenza ad allontanarsi. Prendete per esempio il transumanesimo, sul quale non ho un’opinione precisa perché non l’ho studiato a fondo. Non so neppure se l’idea sia fattibile, ma la cosa molto interessante è che testimonia una sorta di disperazione rispetto all’uomo così com’è attualmente, perché si propone di trascenderlo. C’è stato un tempo in cui si cercava di sviluppare l’umano, di dargli più potenza e qualità morali; da lì il duplice significato dell’aggettivo umano: si parla per esempio di trattamento umano degli animali, il che ha un significato ben preciso. Ma si ha l’impressione che ormai, come Nietzsche lo ha formulato per la prima volta, l’uomo è qualcosa che deve essere trasceso. È la famosa formula di Zaratustra, non so esattamente che cosa intendesse con essa: lui flirta con Darwin che era presente in tutta la vita intellettuale europea, per dichiarare al termine della sua vita di non avere mai voluto dire che occorreva sostituire l’uomo con una nuova specie. In tal caso avrebbe dovuto esprimersi in modo un po’ più chiaro! In particolare quando dice: «Avete percorso il cammino dal verme all’uomo: perché non andate oltre?». È comunque un’allusione molto chiara alla biologia. In ogni caso, ciò che m’interessa qui è constatare che c’è una perdita di fiducia nell’uomo perché lo si vuole sostituire con qualcos’altro. O in ogni caso lo si vuole migliorare, di modo che non ci sia più bisogno della morale, poiché a un uomo rifatto non verrebbe neppure in mente di agire in maniera malvagia, contraria alle regole del bene e del male. Nel mio libro cito soprattutto esempi curiosi, fra cui quello di Robespierre, per il quale l’ideale sarebbe fabbricare un uomo spontaneamente virtuoso, senza più il bisogno d’interrogarsi. I nostri sogni oggi sono un po’ così. Non so se la virtù è ciò che i corifei del transumanesimo vogliono in prima istanza, ma il progetto s’inscrive un po’ in questa tendenza, ed è più antico di quanto si pensi.

NOTA: L’articolo originale, è stato pubblicato su l’Osservatore Romano il 16 dicembre 2016.