Lettera da Roma: le lotte di potere italiane danneggiano la credibilità del Vaticano

Kishore Jayabalan

“Nuovo anno, nuove avventure” ha twittato il mio vecchio amico Greg Burke, attualmente ex direttore della Sala Stampa vaticana e portavoce del Papa, e accade lo stesso con la Lettera da Roma. Sono lieto di annunciare che il mio collega di Acton Padre Ben Johnson pubblicherà regolarmente il mio resoconto mensile in inglese su Religion and Liberty Transatlantic. Grazie Padre Ben!

Dato che la cerchia dei miei lettori si è estesa oltre la nostra “mailing list” di Roma, non ha senso salutare solo gli “amici dell’Istituto Acton” o concludere le lettere con la mia firma. In quest’epoca di scritti scottanti, mi asterrò dalle formalità e andrò dritto al sodo.

Nonostante il boom dei social, le novità a Roma sono sempre una vecchia storia. Sandro Magister riferisce sulla “campagna d’inverno” degli alleati di Papa Francesco contro la Segreteria di Stato che ha portato alle dimissioni di Burke e ad altri cambiamenti nelle comunicazioni vaticane. Purtroppo, mi suona tutto familiare. Gli amici di Radio Vaticana, dell’Osservatore Romano e del Dicastero per la Comunicazione lamentavano già da qualche tempo la mancanza di direzione e coerenza.

Lo stesso vale per i cambiamenti in altri uffici della Curia Romana, tra cui il mio precedente posto di lavoro, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che è stato inserito in una struttura più ampia, conosciuta come Dicastero per il Serivizio dello Sviluppo Umano Integrale. Un cardinale ben informato mi ha recentemente detto che questi consolidamenti non hanno portato altro che caos. Il morale tra gli impiegati del Vaticano è molto basso e le speranze per qualsiasi tipo di “grande riforma” sono praticamente nulle.

Se i problemi fossero limitati al funzionamento interno della Curia, sarebbero relativamente minori per la Chiesa universale. Invece, con la crisi sugli abusi sessuali del clero sempre all’ordine del giorno e con le grandi aspettative per il raduno di febbraio dei leader della conferenza episcopale nazionale, la disfunzione del Vaticano probabilmente avrà gravi conseguenze negative, una pesante croce da portare per tutti i fedeli.

I difensori delle riforme di Papa Francesco tendono ad estendere le colpe di tale disfunzione ai pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, cosa che è anche giusta, soprattutto perché potrebbero aver prematuramente interrotto il papato di uno dei più grandi teologi della Chiesa. A ciò si aggiunga il fatto che gli ultimi tre papi sono stati tutti non italiani che hanno cercato di governare un’antica istituzione italiana. Considerato il disordine che regna a Roma al di fuori del Vaticano, è giusto chiedersi se è il modus operandi italiano la fonte dei problemi?

Si tratta di una domanda sgradita e severa formulata non solo da noi stranieri che amiamo l’Italia, ma anche dagli italiani stessi. In che altro modo spiegare l’enorme numero di giovani italiani che lasciano il paese per cercare migliori opportunità altrove? Ai populisti di destra e di sinistra che attualmente stanno cercando di governare l’Italia piace dare la colpa a fattori quali la zona euro o la Banca centrale europea, ma il problema potrebbe essere molto più profondo e quindi resistente a una Brexit italiana (“Uscitalia”) o ad una soluzione politica.

La difficoltà che oggi il Vaticano si trova a fronteggiare sono le lotte di potere tra gli italiani che tanno compromettendo la capacità della Chiesa di diffondere il messaggio evangelico di Gesù Cristo. Tanti alleati del Papa attaccano quelli che tra noi lo hanno criticato per ciò che ha detto, senza comprendere che così facendo stiamo cercando di aiutare la sua missione non di farla fallire. La sua recente lettera ai vescovi degli Stati Uniti, in cui li accusa di disunione e mormorazione, è particolarmente ironica, dato che tali vizi sono diffusi in Vaticano. È così difficile per i leader della Chiesa cattolica capire che oneste divergenze non hanno lo scopo di sfruttare o controllare il prossimo?

Il cardinale a cui ho accennato mi ha anche detto che solo un italiano può comprendere completamente gli italiani e quindi governarli. Se ciò fosse vero, gli sforzi per internazionalizzare la Curia erano condannati al fallimento sin dall’inizio, e l’unica soluzione è spostare la Santa Sede a Ginevra o in qualche altro posto veramente internazionale, ma senza carattere. Ma, c’è una parte di me che crede ancora a ciò che Papa Benedetto XVI disse subito dopo la sua elezione a un gruppo di pellegrini tedeschi, di essere un tedesco italianizzato, non solo perché era qui da molto tempo ma proprio per ciò che Roma simboleggia.

Gli italiani cercano ancora un “uomo saggio” per  risolvere i loro problemi. Non hanno imparato la verità del famoso motto di Lord Acton: “Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Acton non era un riformatore con lo scopo di distruggere ed eliminare il potere papale in quanto tale, e non lo vogliono nemmeno quelli di noi che desiderano vedere il Vaticano cambiare in meglio. Come tutti i dirigenti, anche i papi devono sapere quando limitare la loro autorità e quando permettere agli altri di esprimersi liberamente. Confidiamo nel fatto che Dio sapesse cosa stava facendo quando condusse i Santi Pietro e Paolo, che a volte si sono trovati in disaccordo, a Roma. È il loro sangue, il seme della Chiesa che noi amiamo e di cui abbiamo bisogno, oggi più che mai.